Umberto Falvo: L’Alchimista del Caos e della Luce, sarà presente al Festival di Primavera presso il Valentianum di Vibo Valentia con una sua opera

**Umberto Falvo: L’Alchimista del Caos e della Luce** Nelle trame invisibili del creato, dove il nero si fa respiro e il bianco danza come un’improvvisazione divina, Umberto Falvo appare come un poeta armato di pennello e di silenzio. Nato sotto il cielo caldo di Catanzaro il 7 settembre 1955, quest’artista non si limita a dipingere: egli *ricompone* il caos primordiale in ordine cosmico, trasformando la tela in un teatro dell’anima dove il visibile e l’invisibile si abbracciano con passione antica. La sua pittura è un atto di generosità temeraria. Non c’è calcolo, non c’è freddo mestiere: solo un dono che sgorga con la stessa naturalezza con cui il mare restituisce le conchiglie alla riva. Falvo sa che la vera arte è *ribellione* e *contemplazione* insieme: un estro di nero su bianco capace di tracciare, con delicata ferocia, le mappe segrete del cuore umano. Le sue scenografie – da *Yuzuru* alla Scala di Milano fino all’*Honourable Shakespeare* – non sono semplici fondali, ma veri e propri portali emotivi, dove la parola di drammaturghi immortali trova carne di colore e respiro di luce. C’è una musicalità segreta nelle sue opere, un’armonia che nasce dal contrasto: la delicatezza del tratto poetico contro la potenza visionaria della fantasia. Falvo non illustra, *rivela*. E in questa rivelazione, l’osservatore si scopre improvvisamente più vivo, come se l’artista avesse acceso una lampada dentro stanze dimenticate dell’anima. Come scrisse Francesco Grisi, “il gioco è temerario e Umberto Falvo lo conduce con raffinata capacità”. Ma io aggiungerei: è un gioco sacro, dove l’improvvisazione diventa preghiera e la materia si fa spirito. Le sue tele sono nebulose che anelano al cosmo, macchie di colore che si ordinano in stelle, tracce di inchiostro che diventano costellazioni di senso. Umberto Falvo non è solo un pittore, uno scenografo o un poeta. È un *custode della soglia*: colui che sta tra il finito e l’infinito, tra il nero della notte interiore e il bianco abbagliante della grazia. La sua arte è libertà urlata con eleganza, è forza inarrestabile vestita di leggerezza, è ribellione che sussurra anziché gridare. In un’epoca di rumore e di fretta, Falvo ci ricorda che la vera bellezza nasce dal coraggio di fermarsi, di guardare dentro il nero, e di farne luce. E noi, incantati, restiamo lì: con il cuore più grande e lo sguardo un po’ più commosso. Grazie, Maestro. Il tuo estro continua a tramutare il nero in diamante.
In mostra al Valentianum il 22 maggio dalle ore 10, potremo ammirare uno dei suoi meravigliosi dipinti: L’Angelo della Luce* di Umberto Falvo, è un’opera che incanta e rapisce con i suoi colori di terra e di cielo. In un turbinio di blu profondi, di terre bruciate e di venti invisibili, una grande bolla dorata emerge come un’oasi sospesa. Al suo centro, un uomo, sereno e raccolto, sembra fluttuare in una preghiera senza parole o in una meditazione senza tempo. La luce che lo avvolge è calda, quasi sacra: un cerchio di speranza in mezzo al caos. Fuori regna il caos, il movimento inquieto, l’incertezza del mondo. Dentro, invece, regna la pace. Una quiete profonda, intatta. Salvifica. Il cerchio di luce: È quel luogo che ciascuno di noi custodisce nel cuore: il rifugio segreto dove l’anima torna a respirare. Un angolo di serenità che Falvo ha saputo racchiudere nel cerchio perfetto della bolla, come a ricordarci che, anche quando tutto intorno trema, esiste sempre un posto dell’anima dove i sogni possono essere protetti, cullati, e tenuti in vita. *(Sonia Demurtas)*

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